Gay & Bisex
La gita scolastica
Kimboy74
17.06.2026 |
2.776 |
5
"L'ultimo giorno
Durante il viaggio di ritorno, seduta sul pullman, sentivo ancora il loro peso dentro di me..."
La gita scolastica – Il primo incontro – Vito nella stanza di fronte
Ero ancora nudo, avvolto in quell'asciugamano ruvido che sapeva di candeggina e ammorbidente industriale. Kaled mi aveva lasciato lì, in quella lavanderia che ronzava di macchine in funzione, mentre i miei vestiti giravano nell'asciugatrice. Il calore del tamburo mi avvolgeva, mi cullava in una strana calma.
Poi la porta si aprì.
Un ragazzo di colore, più giovane di Kaled, forse sedici o diciassette anni. Magro, scattante, con occhi grandi e neri che mi scrutarono da capo a piedi. Portava una tuta grigia, slacciata sul petto.
"Ciao, io sono Vito. Che ci fai nudo in lavanderia?"
La sua voce era morbida, con un accento che mescolava italiano e qualcosa d'africano. Gli spiegai la storia della modella francese, del tuffo in piscina, del tutor severo. Lui annuì, poi sorrise.
"Ho la camera di fronte. Mentre aspetti che si asciughino, ti mostro una cosa."
Lo seguii. La sua camera era piccola, disordinata, con un letto singolo sfatto e una finestra che dava sul parcheggio. Lui chiuse la porta alle sue spalle. Sentii il click della serratura.
"Ti mostro una cosa," ripeté, abbassandosi i pantaloni della tuta.
Il suo cazzo saltò fuori già duro. Era lungo quanto il mio avambraccio, scuro come cioccolato fondente, con una venatura che pulsava visibile sotto la pelle tesa. Il glande lucido, già umido di pre-eiaculazione.
Non ebbi il tempo di ragionare. Il mio corpo reagì prima della mia mente. Caddi in ginocchio sul pavimento di piastrelle fredde. La sua mano mi guidò la testa verso quella verga che emanava un odore caldo, maschile, di sudore e sapore salato.
Aprii la bocca.
Lo presi intero in un solo gesto. Il mio naso toccò il suo pube rasato, la sua pelle liscia contro le mie labbra. Sentii il suo respiro mozzarsi. La sua mano si strinse nei miei capelli, non per forzarmi, ma per tenermi lì, per assaporare quel momento.
Iniziai a succhiare. La mia lingua percorse la lunghezza del suo fusto, dalla base fino al glande, disegnando cerchi intorno alla corona. Lui gemette qualcosa in una lingua che non capivo, forse swahili. Le sue anche iniziarono a muoversi, a spingere dentro la mia bocca con ritmo lento, poi sempre più veloce.
"Così, così," mormorò. "Non fermarti."
La sua mano mi teneva ferma mentre lui pompava dentro la mia gola. Io lasciavo fare, la saliva mi colava dal mento, gli occhi pieni di lacrime per il riflesso. Ma non volevo smettere. Volevo il suo sapore, volevo la sua sborra.
La porta si aprì.
Kaled entrò, vide la scena, e sorrise. Un sorriso bianco, largo, complice. "Bravi," disse. "Così si fa." E richiuse la porta, lasciandoci soli.
Il ritmo di Vito aumentò. La sua mano nei miei capelli si fece più dura, più decisa. Sentii il suo cazzo gonfiarsi ancora di più nella mia bocca, i muscoli delle sue cosce tendersi. Emise un gemito lungo, gutturale, mentre la prima ondata di sperma caldo mi colpì il palato.
Era dolce. Non come l'amaro che conoscevo. Dolce come miele liquido, denso, che colava giù per la mia gola mentre ingoiavo senza esitare. Lui continuò a venire, ondata dopo ondata, e io continuai a succhiare, a bere, a pulirgli il cazzo con la lingua finché non ebbe più niente da dare.
Rimasi in ginocchio, ansimante, con ancora il sapore della sua sborra in bocca. Lui mi accarezzò la testa, mormorò un grazie, si rivestì. Io mi alzai, tornai in lavanderia, indossai i vestiti ancora caldi dall'asciugatrice. Non ci scambiammo una parola.
Il giorno dopo era partito per l'Uganda.
Il secondo incontro – Kaled e la stanza chiusa
L'ultima sera, Kaled mi trovò vicino alla piscina. La luna era piena, l'acqua della piscina tremolava di riflessi argentati. Lui si sedette accanto a me, il suo corpo massiccio che emanava calore.
"Volevi scopare, vero?" La sua voce era bassa, sicura. "Non solo succhiare."
Annuii, il cuore che mi batteva forte.
"Vieni con me."
Mi prese per mano, mi guidò attraverso il corridoio del personale, fino a una stanza in fondo. Una camera semplice: letto matrimoniale, comodino, lampada che proiettava ombre gialle sulle pareti. Lui chiuse la porta a chiave.
Si voltò verso di me. Si abbassò i pantaloni della tuta da lavoro. Il suo cazzo era enorme. Non un'esagerazione: lungo almeno venticinque centimetri, grosso come il mio polso, scuro, con la punta che sembrava un pugno chiuso. Le vene sporgevano come radici di un albero.
Mi inginocchiai. Istintivamente. Come avevo fatto con Vito, ma questa volta sapevo che sarebbe andata oltre.
Iniziai a leccarlo. Il suo cazzo era troppo grosso per prenderlo tutto in bocca, ma ci provai. La mia lingua percorse la lunghezza, dal glande fino alla base, dove i peli erano corti e ruvidi. Lui ansimò, mise una mano sulla mia nuca.
"Adesso girati. Mettiti a quattro zampe sul letto."
Obbedii. Le lenzuola sapevano di ammorbidente. Sentii il suo peso sul materasso dietro di me. Le sue mani grandi che mi aprivano le natiche.
Poi la sua lingua.
Mi leccò il buco del culo come fosse una figa. La sua lingua calda, umida, che scavava dentro di me, che mi preparava, che mi rilassava. Io gemevo, affondavo la faccia nel cuscino, le mani che stringevano le lenzuola. La sua lingua girava intorno all'ano, poi penetrava, poi usciva, poi tornava. Mi sciolsi completamente.
"Adesso," disse. "Tieni duro."
Sentii il glande del suo cazzo premere contro il mio ingresso. Una pressione lenta, costante, inesorabile. Il mio corpo resistette un attimo, poi cedette. La punta entrò, e io emisi un urlo strozzato.
Non era dolore. Era pienezza. Una sensazione di essere riempito completamente, di essere aperto, di essere preso.
Lui spinse. Il suo cazzo avanzò centimetro dopo centimetro, allargando la mia parete anale, riempiendomi fino a toccarmi dentro in un punto che non sapevo di avere. Le sue palle battevano contro le mie natiche.
"Così, così, prendilo tutto."
Ero in ginocchio sul letto, la testa bassa, il culo alzato. Lui cominciò a muoversi. Un ritmo lento all'inizio, profondo, che mi faceva vibrare ogni muscolo. Poi accelerò. Le sue mani mi tenevano i fianchi, le sue dita che affondavano nella mia carne.
Ogni spinta mi faceva urlare. Non di dolore. Di piacere puro, animale. Il suo cazzo enorme che scivolava dentro e fuori, che massaggiava la mia prostata a ogni colpo. Io sentivo il mio cazzo che si irrigidiva, che gocciolava pre-eiaculazione sul lenzuolo.
"Vieni, vieni con me," ringhiò Kaled.
E lui venne. Lo sentii dentro di me, il suo sperma caldo che mi riempiva, ondate di liquido denso che sembravano non finire mai. E io venni insieme a lui, senza toccarmi, solo con le sue spinte, il mio cazzo che schizzava sperma sul letto mentre lui continuava a pompare dentro di me.
Urlai come un asino. La mia voce si perse nel cuscino mentre il mio corpo tremava, scosso da orgasmi che sembravano durare minuti interi. Lui si fermò solo quando la sua sborra cominciò a colarmi lungo le cosce.
Rimanemmo lì, immobili, per un lungo momento. Poi si ritrasse. Io crollai sul letto, il culo pulsante, ancora aperto, lo sperma che mi colava caldo. Lui mi accarezzò la schiena.
"Brava ragazza," mormorò. "Sei stata perfetta."
Mi addormentai lì, nella sua stanza. La mattina dopo mi svegliai sola, il culo ancora dolente. Kaled era già al lavoro. Non ci parlammo mai più di quella notte.
L'ultimo giorno
Durante il viaggio di ritorno, seduta sul pullman, sentivo ancora il loro peso dentro di me. Lui che mi chiamava ragazza , Il sapore dolce di Vito sulla lingua. La larghezza di Kaled nel culo. Due cazzi presi, zero figa.
E non me ne pentii per un solo secondo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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